ISF CGIL Istituto superiore per la formazione

Potete conoscerci meglio attraverso la descrizione delle nostre attività.
Nell’area trovate l’elenco delle nostre attività suddivise per tipologia relative all’arco di tempo 2001 –2011.
Cliccando sui titoli di ciascuna attività potete avere accesso ad informazioni più dettagliate.

Quadro Concettuale Di Riferimento

3. Difendere i diritti

La formazione può aiutare a capire come rendere i diritti sempre più inclusivi.
Uno dei fenomeni che hanno caratterizzato l’evoluzione delle condizioni di vita e di lavoro, nelle società occidentali, è quello dei mutamenti delle durate, delle scansioni e dei “gradi di normatività” del corso di vita. Tali mutamenti sono avvenuti seguendo due processi temporalmente distinti: la progressiva istituzionalizzazione e regolarizzazione demografica e normativa delle sequenze temporali tra individui e gruppi sociali; la successiva e contraria de-regolazione di tali sequenze.
Il primo processo, cominciato all’inizio del secolo ed emerso chiaramente tra gli anni cinquanta e sessanta, è stato il risultato di fenomeni distinti e tra loro collegati quali, ad esempio, il maggior controllo sul corso della vita ad opera del mercato del lavoro, delle imprese, dello Stato. L’introduzione di regole relative alla scansione temporale di età specifiche rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro, all’obbligo scolastico, al matrimonio, agli obblighi reciproci tra i coniugi e tra le generazioni è stata complementare rispetto all’accettazione di regole culturalmente condivise circa “l’appropriatezza” delle stesse sequenze (prima si studia e poi si lavora; prima si ha un lavoro, se maschi, poi ci si sposa; prima ci si sposa, poi si ha un figlio e così via).
Parallelamente, l’accresciuta durata della vita è stata accompagnata dallo sviluppo di forme di sicurezza rispetto ai rischi sociali di malattia, disoccupazione, inabilità al lavoro. Tutto ciò doveva assumere un carattere stabilizzatore del corso di vita “normale” contemporaneo, in cui è possibile parlare di “età adatte”, di curricoli (lavorativi, familiari, scolastici) regolari o viceversa irregolari.
Pur permanendo differenze per quanto riguarda la classe sociale, con percorsi educativi e lavorativi più brevi e “invecchiamento” più precoce tra le classi lavoratrici, tale ciclo di vita normale veniva a configurarsi quale requisito di rispettabilità o, comunque, di meta da raggiungere.
Da esso, tuttavia, erano totalmente o in parte esclusi i sottoccupati e i disoccupati di lungo periodo, i lavoratori nella economia illegale, una parte dei ceti rurali, in misura significativa le donne e la quasi totalità degli immigrati.
Il raggiungimento di questa forma di sicurezza e di prevedibilità, esito di molte lotte dei lavoratori, dava luogo, in sostanza, a un’inclusione importante di molti soggetti presenti nel mercato del lavoro, ma non riusciva a conseguire il medesimo risultato per tutte le fasce sociali presenti nei diversi contesti professionali ed esistenziali. Per le donne, in particolare, la strada si rivelava lunga e complicata. Per loro l’inserimento lavorativo e professionale si caratterizzava progressivamente come un diritto formalmente riconosciuto, ma rimaneva da conquistare offrendo disponibilità temporale e mobilità territoriale, spesso al di fuori di qualunque tutela dello stato sociale.
Nel corso degli anni Sessanta, è iniziato un secondo processo, la deistituzionalizzazione dei corsi di vita, una inversione di tendenza, un allentamento dei vincoli normativi e di stabilità, che ha introdotto elementi di differenziazione e di disomogeneità tra soggetti e gruppi nel mercato del lavoro.
Sul piano dell’occupazione, ai mutamenti nella domanda e nell’offerta, sono venute affiancandosi progressive riduzioni delle condizioni di sicurezza nel rapporto di lavoro, nelle scansioni e chances di carriera, nei vincoli sulla flessibilità degli orari.
Il progressivo indebolimento delle condizioni e risorse per la riproduzione garantita dallo stato sociale, e quindi di protezione nel corso della vita, è parso accompagnarsi, tra l’altro, a una domanda di flessibilizzazione e di deistituzionalizzazione proveniente dagli individui stessi. Ma, se le forme esistenti di sicurezza sociale potevano apparire troppo rigide o inadeguate, il loro parziale e progressivo superamento non poteva non determinare nuove forme di esclusione e marginalità sociale. La flessibilità nel corso della vita può essere percepita e formulata come richiesta, a partire dal possesso di risorse professionali, culturali, familiari, ma, in molti altri casi, è solo una necessità, non una scelta elaborata come tale. Ciò appare vero, in particolare per coloro che devono accedere al mercato del lavoro e che possono esservi esclusi per lungo tempo, se non per tutta la vita, per i giovani e gli adulti di basso livello di scolarità, per le donne, ove la discriminazione di genere rende più difficile l’ingresso nel mercato del lavoro, per coloro che per ultimi si candidano a un inserimento sociale: gli immigrati.
Di fatto, se i modelli prevalenti del welfare hanno dato luogo a soluzioni diverse da Paese a Paese, tali diversità non hanno impedito, quasi dovunque, la permanenza di una tutela più ampia di coloro i quali erano già dentro la struttura occupazionale e l’esclusione di fasce di lavoratori meno qualificati e di giovani che ne erano fuori. Le trasformazioni nelle strutture produttive (e la conseguente tendenza della domanda di lavoro industriale a rivolgersi ai segmenti più scolarizzati della popolazione); le dinamiche demografiche (diminuzione delle nascite e prolungamento dei tempi di vita) e loro conseguenze sociali (crescita della componente giovanile e femminile dell’offerta di lavoro); l’estensione conseguente dell’offerta di lavoro, costituiscono il nodo problematico della disoccupazione in paesi industrializzati e nel contempo la premessa per una ridefinizione dei diritti riservati alle varie fasce della popolazione.
I diritti di cittadinanza sono una materia da riformulare, nella fase attuale, alla luce dei cambiamenti in atto e dei vincoli esistenti; sono materia di ricerca e di analisi; possono essere oggetto di formazione con estrema cautela e precisione, come l’Isf sta facendo, poiché fortemente connotati da una dimensione valoriale e politica, non solo da una dimensione giuridica, economica e sociale.
La riflessione sulle domande che emergono da una platea differenziata di lavoratori diventa, nei corsi dell’Isf, uno degli elementi su cui sollecitare l’intervento attivo dei sindacalisti per riuscire a coniugare l’affermazione dell’universalità e dell’estensione dei diritti consolidati con la ricerca di risposte sempre più adatte alle nuove esigenze dei lavoratori.